Letteratura

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Ripensando al Cyberpunk

Salvatore Proietti di fantascienza.com scrive una rubrica per il 96° numero di Delos. Il titolo è ripensando al cyberpunk. E' l'analisi del movimento che ha cambiato una certa fantascienza negli anni '80, dalle origini alla sua assimilazione. E' da sottolineare la considerazione di Proietti sull'origine del cyberpunk, che considera un genere che doveva manifestarsi dati gli innumerevoli anticipatori, non un qualcosa che è stato inventato, o un punto di svolta decisivo. Molti autori già trattavano argomenti centrali del cyberpunk anni prima della sua affermazione e alcuni di questi erano sconosciuti anche a me :): Joanna Russ e John Varley che anticipa il corpo biologico invaso dalla cibernetica. Vengono citati Overdrawn at Memory Bank (1976), The Void Captain's Tale di Norman Spinrad, City Come A-Walkin' (1980; Il rock della città vivente, Urania) di John Shirley, già con gli occhiali a specchio...
Si parla di William Gibson, Neuromante, Bruce Sterling, Neal Stephenson, Rucker e gli altri autori che hanno scritto cyberpunk.

""tutto cominciò con Il cielo sopra il porto era del colore della televisione, sintonizzata su un canale morto""
Peccato che il canale morto non ci sarà più...digital awareness.

link a Ripensando al Cyberpunk

Finalmente Cyberpunk 203X

Notizia un pò vecchiotta: pare che Pondsmith abbia dichiarato in via definitiva l’uscita di Cyberpunk 203X per Febbraio prossimo. Non sarebbe la prima volta che un annuncio del genere viene fatto, ma questa volta a dare sostegno alla dichiarazione c’è un pdf di presentazione di 15 pagine con un assaggio di varie cose…

Che dire? Dategli un’occhiata.

Ho letto alcune parti del PDF, e soprassedendo sulla brutta grafica, e i disegni uguali alla versione precedente, c'è un grosso cambiamento nell'ambientazione. Deserti post-olocausto alla Hardware vengono mixati con le megacittà alla Blame!. Niente più governi o corporazioni (le corporazioni stampo cyberpunk alla Gibson sono già troppo attuali). Sei diverse culture caratterizzano la specie umana. Inoltre il Cyberware è ora molto meno invasivo, ed entrano in gioco le nanomacchine e mi sa che sono arrivati già troppo tardi. Cio’ che è rimasto dele popolazioni orbitali è costretto a darsi alla pirateria e al recupero dei satelliti guasti per soppravivvere. Le città sono intelligenti e in grado di adattarsi come un organismo vivente grazie all’azione di miliardi di nanomacchine edili.

Dato che ormai non mi interesso più di GDR, è difficile che proverò a giocare a CP203X, ma se mi passasse tra le mani il manuale intero, non esiterei a dargli un'occhiata ;)

A Neal Stephenson il Premio Locus

Neal Stephenson, photo.Sabato 2 luglio alla Westercon a Calgary, in Canada, si è tenuto il banchetto di gala della cerimonia del Premio Locus, il premio assegnato tramite il voto dei lettori dalla rivista Locus. Per la categoria fantascienza vince il nostro caro Neal Stephenson con Argento vivo (tit.or. The Baroque Cycle: The Confusion; The System of the World).
 The Confusion; The System of the World
Ecco un esempio di come il cyberpunk e l'autore di maggior spicco che ha rappresentato la svolta di questo genere (creando il post-cyberpunk) ha saputo ancora una volta rinnovarsi creando, a quanto pare, un'opera degna di oggi. Complimenti a Neal!

Intervista con James G. Ballard

a cura di Dario Sciunnach e Silvio Sosio

D. La maggior parte dei racconti di The Atrocity Exhibition e' stata pubblicata tra il 1966 e il 1969: si tratta indubbiamente dei suoi racconti piu' densi e articolati, racconti in cui il mondo reale si frantuma e il linguaggio diventa struttura portante per una concreta esplorazione dell'inner space. Quelli erano anche gli anni dei movimenti giovanili, della contestazione, della musica psichedelica: possiamo immaginare quanto Moorcock, e conseguentemente la sua gestione della rivista New Worlds ne fossero influenzati... Su di lei, tutti questi fattori ebbero qualche conseguenza significativa?

JGB. Si', penso che The Atrocity Exhibition si sia sviluppata organicamente a partire dal ricco giacimento di stimoli degli Anni sessanta, il periodo in cui, in un certo senso, il mondo che oggi abbiamo davanti agli occhi era in via di costruzione... il paesaggio dei mezzi di comunicazione, con tutte le sue oppressioni e inversioni, la sensazione di vivere all'interno di un immenso romanzo, e la realta' vista come una gigantesca simulazione elettronica, nella quale le usuali tecniche per far fronte all'esperienza venivano rese per la maggior parte inutili e si rendeva necessaria la comprensione di una nuova grammatica.

D. La narrativa di J.G. Ballard e la pittura surrealista: un paragone stimolante (pensiamo soltanto a Vermilion Sands, e Il giorno senza fine o ai suoi saggi su Dali')...

JGB. Si', il surrealismo e' stato enormemente importante per me, e credo che la sua influenza affiori ovunque, nelle mie opere. Naturalmente le metodologie del surrealismo classico devono essere modificate per potersi adattare al mondo d'oggi, dove ormai non esiste piu' una precisa distinzione fra finzione e realta'.

D. A proposito di paragoni, se lei dovesse mettere a confronto le sue opere con un particolare genere musicale, quale sceglierebbe?

JGB. La musica ha sempre significato poco per me, sia pop che classica. Non possiedo un giradischi, ne' tantomeno dischi.

D. L'impero del sole e' decisamente la sua opera di maggior successo finora. Puo' essere considerato un ampliamento del racconto Guerra finita? E quale ruolo assume, se inquadrato nella sua narrativa precedente?

JGB. Si', ritengo che l'impero del sole sia nato e cresciuto sulla base dello stesso senso di risveglio della mia infanzia in Cina che, precedentemente, aveva dato origine a Guerra Finita... per quanto il racconto sia completamente diverso dal romanzo, se si esclude la comune ambientazione nel mio campo di prigionia. Probabilmente e' vero che il romanzo rivela le fonti della maggior parte della mia narrativa precedente, ma nello stesso tempo il mio senso del passato in Cina e' stato alterato dalla narrativa che ho scritto in tutti questi anni.

D. Una domanda ovvia: qual e' lo scrittore inglese di fantascienza che lei ammira maggiormente?

JGB. Personalmente ammiro molto Ian Watson, e anche l'opera del mio vecchio amico Michael Moorcock.

D. Il tema della sospensione e del superamento della coscienza e' comune a numerosi suoi racconti, dai vecchi Le voci del tempo e Dalla veranda fino ai recenti Mitologie del futuro prossimo e Notizie dal sole. Il suo interesse per questo argomento puo' essere spiegato razionalmente?

JGB. Forse: come il desiderio di svolgere esperimenti metafisici...

D. Crash e' uno dei suoi romanzi piu' significativi: che cosa ha rappresentato per lei e per la sua narrativa?

JGB. Potrei sbagliarmi, ma penso che Crash sia il mio romanzo piu' importante in assoluto.

D. Per concludere: alla luce delle esperienze e dei risultati ottenuti da New Worlds e dalla New wave, ritiene che attualmente la fantascienza abbia una ragione di esistere?

JGB. Certo, penso che questo sia un momento estremamente importante per la fantascienza e che, sotto molti aspetti, noi stiamo vivendo in una decade simile per importanza a quella degli Anni cinquanta, la prima cosiddetta "eta' dell'oro" della fantascienza moderna. Le nuove e sempre piu' avanzate tecnologie stanno cambiando il mondo in cui viviamo... ricerche mediche ai confini della creazione della vita, telecomunicazioni avanzatissime, computer, eccetera. Una meravigliosa opportunita' per una nuova generazione di scrittori di fantascienza.

Traduzione di Dario Sciunnach. Pubblicata originariamente su La Spada Spezzata n. 15, 1986.
Il presente articolo può essere letto in linea o scaricato, e può essere diffuso per via telematica senza limitazioni. L'articolo è però di proprietà dell'autore e non può essere utilizzato per scopi commerciali, pubblicato su riviste commerciali o inserito in CD-Rom, senza la previa autorizzazione dell'autore.

Originariamente pubblicato su Delos 4

EXTENDED PLAY: gli architetti e lo spazio digitale

Presente permanente

Peter Lunenfeld

In Inglese

Avvicinandoci a questa confezionata tappa di fine millennio, la nostra cultura visiva resta intrappolata all'interno di un inesorabile presente, girando oziosamente intorno a se stessa come se aspettasse un'ispirazione che deve arrivare da un momento all'altro.

Nel bene e nel male, il Moderno ha a suo tempo prodotto una serie di sorprendenti visioni del futuro; ma in realtà, il futuro del futuro sembrava assicurato proprio perchè gli stessi scenari erano abbastanza eterogenei. Le "machine dances" di Nikolai Foregger, concepite nel pieno dell'idealismo rivoluzionario del Soviet, e la passione di Le Corbusier per i materiali lisci negli anni Trenta esaltavano entrambe le glorie dell'industria con conseguenze completamente differenti; l'immaginario pulp del Pianeta Mongo di Flash Gordon, accanto al paesaggio lunare del 2001 di Stanley Kubrick; il Futurama allestito alla World's Fair del 1939 che ha anticipato, pur rimanendo qualcosa di diverso, i giocattolosi diners e le stazioni di servizio del periodo atomico nella California del sud; i pied-à-terre stile Playboy di Hugh Hefner nell'era spaziale, apparsi nello stesso periodo delle loro antitesi virtuali, le eco-topistiche fantasie hippy e i prati verdi.

Se, dall'inizio del secolo fino a tutti gli anni Sessanta, il futuro è stato descritto, raffigurato, stampato, filmato, animato e anche occasionalmente costruito, oggi la febbre per ciò che sarà si è un po' abbassata. Naturalmente ci sono delle ragioni per cui questo accade: la delusione pu� derivare dal fatto che il presente non ha rispettato le speranze in esso riposte in passato; oppure, forse, dall'esasperante moltiplicazione delle possibilità e dei bruschi cambiamenti che hanno caratterizzato questo secolo. Detto questo, io credo che la colpa della nostra inabilità ad immaginare qualsiasi cosa oltre il presente sia da imputare a due sistemi di visione quasi perfetti, che hanno entrambi più di dieci anni. Il primo è un film; il secondo un'interfaccia.

Consideriamo il caso di Blade Runner (1982) di Ridley Scott. Con i corridoi fra i grattacieli, i luminosi neon rossi, e con quel mix di imbottiture anni Quaranta e splendore high-tech giapponese, l'estetica di Blade Runner - descritta da Syd Mead, che ha visualizzato il futuro nel film, come "un labirinto di dettagli meccanici che coprono un'architettura poco riconoscibile producendo una sovrapposizione di stili che noi abbiamo chiamato retro-deco" - è perfettamente postmoderna. Come tale, essa ha inibito qualsiasi successiva descrizione del futuro. Quando Robert Longo comprò i diritti di Johnny Mnemonic, il breve racconto cyberpunk di William Gibson del 1981, nessuno sospettava la sua bravura; ma il film di Longo del 1995 fu un vero e proprio manuale che spiegava i limiti di Blade Runner: l'unica cosa che fece, fu fare in modo che il pubblico osservasse l'intervento del regista rispetto all'opera di Scott. Così come il ciclo dei Nibelunghi distrusse virtualmente, dopo Wagner, la grande opera, così Blade Runner è totale, completo nella sua concezione, esecuzione e integrazione tanto che tutti gli altri registi o hanno evitato il confronto oppure hanno fallito miseramente il loro intento. Paradossalmente, Blade Runner ha stroncato ogni visione cinematografica del futuro proprio nel momento in cui la Science Fiction diventava il genere dominante a Hollywood. Da quando George Lucas, con la trilogia di Guerre Stellari (1977-1983), dimostrò agli scettici dirigenti dell'industria del cinema che si stavano sbagliando, la Science Fiction ha dominato i botteghini internazionali con grossi successi come Terminator 2 (1991), Jurassic Park (1993) e Independence Day (1996). Allora, proprio per il suo successo commerciale, il boom della Science Fiction ha avuto un effetto anti-visionario: ecco allora che il futuro ha oggi a che fare con armi pi� nuove e con alieni sempre più mostruosi.

Durante il periodo di affermazione della Science Fiction è stato fatto molto per il successo del genere, a partire dall'uso delle tecnologie digitali. Ma ciò che questi strumenti rendevano possibile era un effetto di realismo digitale così totale che, paradossalmente, piuttosto che aumentare il numero delle scelte, lo riduceva di molto (e il surrealismo digitale? Le sue potenzialità sono ancora tutte da immaginare). Questo ci porta al secondo punto: l'interfaccia del computer che conosciamo tutti e che amiamo e disprezziamo al tempo stesso. Ormai sono rimasti in uso pochi sistemi operativi funzionanti con linee di comando (penso agli schermi a fosfori verdi e all'onnipresente prompter C://), il mercato è dominato dal un particolare gusto per le interfacce grafiche (Graphical User Interface). E' la metafora della scrivania con gli schedari, le icone, i cestini dei rifiuti e le finestre a cascata. Concepite negli anni Sessanta e perfezionate per il personal computer Xerox PARC nei Settanta, è diventata definitivamente l'interfaccia uomo/computer quando Apple ha introdotto il sistema operativo Macintosh, nel 1984, e quando Microsoft con Windows lo ha condotto al pieno successo, attraverso gli anni Novanta. Con il successo che ha avuto questo modello di interfaccia, così come è accaduto con Blade Runner, è diventato un impedimento a pensare al di là del presente. Nonostante il continuo aggiornamento del software che aumenta sempre di più la funzionalità del design, non è apparso niente di radicalmente differente nel mercato del computer, niente che realmente urli "Attenzione! Questo è il futuro!".

Etimologia dell'Etichetta : Cyberpunk

Etimologia dell'etichetta: Cyberpunk

Bruce Bethke

All'inizio degli anni 80 scrissi un raccontino su un pugno di ragazzini hacker; già dalla prima stesura la storia ha avuto un titolo e, guarda caso, quel titolo era cyberpunk.

Il conio della parola cyberpunk è stato un atto creativo cosciente e deliberato da parte mia. Nel chiamare così il racconto già dalla prima stesura ho cercato attivamente di inventare un termine che segnasse una giustapposizione tra le attitudini punk e l'alta tecnologia. Le ragioni di un'azione di questo tipo erano puramente egoistiche e commerciali: desideravo dare al racconto un titolo scattante e di una sola parola che la gente potesse ricordare.

Notes Toward a Postcyberpunk Manifesto

Lawrence Person writes "With Neil Stephenson and Bruce Sterling hot topics of interest here on Slashdot, I thought my "Notes Toward a Postcyberpunk Manifesto" might help add to /.'s SF debate. This originally appeared last year in an issue of Nova Express, the Hugo-nominated small press SF magazine I edit. However, though it's been translated into Portugese, it's never appeared on the web before. It discusses exactly why original cyberpunk works like Neuromancer were important, and why the work people like Stephenson, Sterling, Egan, Macleod, etc. are doing right now should more properly be thought of as postcyberpunk.

Notes Toward a Postcyberpunk Manifesto

by Lawrence Person

"Critics, myself included, persist in label-mongering, despite all warnings; we must, because it's a valid source of insight-as well as great fun."

- Bruce Sterling, from the introduction to Mirrorshades

Bud, from Neal Stephenson's The Diamond Age, is a classic cyberpunk protagonist. An aggressive, black-leather clad criminal loner with cybernetic body augmentations (including a neurolinked skull gun), Bud makes his living first as a drug runner's decoy, then by terrorizing tourists for money.

Neuromante - il Film (Neuromancer : The Movie) Ci sarà mai?

Neuromancer - The Movie / Neuromante il film

[URL=copertina_neuromancer.htm][IMG]images/thumbs/thumb_neuromancer-hu-57.jpg[/IMG][/URL] Per anni si è creduto che ci sarebbe stato un film con il nome di Neuromante. Per un p� di tempo www.neuromancer.org è stato online, con il titolo "coming soon". Sarebbe dovuto uscire nel 2000. Il regista? Chris Cunningham, famoso per alcuni video di Aphex Twin ('Come to Daddy', 'Windowlicker'), Madonna (l'allucinato Frozen) e Portishead (Only You). E' conosciuto anche per il suo contributo agli effetti speciali di Alien 3 - La Clonazione. Si vociferò che il produttore sarebbe stato in un primo momento Alex Lightman, poi Peter Hoffman. Lo script del film ha cominciato a girare per internet su molti siti, ma al contrario di quanto si pensi non è stato scritto da William Gibson, bensì mel 1990 da Chuck Russel ('The Mask', il sequel di 'Nightmare on Elm Street', 'Eraser', ecc). Il sito neuromancer.org è stato chiuso nel Giugno 2000. Qualcuno afferma ancora che Cunningham stia ancora collaborando con Gibson sulla stesura dello script. [URL=http://eracyberpunk.altervista.org/intervista_gibson_matrix_preloaded.htm]L'intervista[/URL] spiega i motivi per i quali Neuromante non è mai stato tramutato in film. Inoltre spiega anche la visione di Gibson sulla trama di Matrix e illustra alcuni punti importanti delle sue opere e della sua visione dello "sprawl" (Fonte dell'intervista: MTV)

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