Neal Stephenson riscrive la storia (e la scienza...)
NEAL STEPHENSON è stato sempre affascinato dalla storia.
Cryptonomicon parlava delle tecniche di crittografia della seconda Guerra mondiale, e The Diamond Age dell’epoca vittoriana. Adesso si è spinto ancora più indietro. Ha passato gli ultimi sette anni a studiare il Diciassettesimo secolo, con lo scopo di realizzare The Baroque Cycle, una trilogia sulla rivoluzione scientifica. Il legame con i suoi precedenti bestseller non è poi così oscuro: gli antenati dei personaggi di Cryptonomicon, al di là dei continenti, di due guerre e dell’inevitabile evoluzione della concezione umana del mondo, sono in fondo Isaac Newton e i suoi simili.
Nella splendida cornice del 1600, Stephenson affronta i temi della natura del denaro, dei rapporti di potere tra i paesi europei e delle conseguenze del progresso scientifico.
Anche il piano editoriale è abbastanza ambizioso: il primo libro, Quicksilver, uscirà a giorni e gli altri due lo seguiranno a distanza di sei mesi l’uno dall’altro.
Nell’intervista che segue, Stephenson ha spiegato a Wired i motivi che rendono il Diciassettesimo secolo l’epoca ideale per un hacker.
Cosa l’ha spinta a scrivere del Diciassettesimo secolo?
Cryptonomicon è chiaramente un romanzo storico, per più della metà ambientato durante la seconda Guerra mondiale. Il lavoro di ricerca sulle vecchie tecniche di crittografia computerizzata che ho svolto in quell’occasione mi ha lasciato la sensazione che ci fosse ancora molto da esplorare in quella direzione. Proprio in quel periodo, qualcuno mi raccontò che Newton era stato per trent’anni governatore della Zecca inglese, e questo mi colpì molto perché anche i protagonisti di Cryptonomicon avevano molto a che fare con il denaro e roba del genere. È interessante pensare che l’amministrazione di ingenti capitali spesso si accompagnasse a ruoli di prestigio in ambito scientifico.
Alcuni potrebbero osservare che un fenomeno di analoga entità si è appena verificato nella Silicon Valley. Anche lei vede un parallelismo del genere?Con l’avvento dell’era dell’informazione, molte persone di grande talento ingegneristico si sono trovate a controllare enormi quantità di denaro. Gente che, se fosse nata una o due generazioni prima, sarebbe finita relegata in un oscuro ufficio dell’Ibm è invece diventata capitano d’industria. A molti potrebbe sembrare un fenomeno tipico del nostro tempo, ma non è così. Esistono dei precedenti. Il potere degli scienziati e degli ingegneri va e viene. Negli anni Novanta la loro influenza era enorme, adesso pare non sia più così. Ma forse basta aspettare un po’.
I protagonisti dei suoi romanzi sono spesso hacker. Davvero lei crede che questa mentalità trovi le sue radici in Newton e nei suoi contemporanei della Royal Society?
Sì. Quando quei geni si incontravano succedeva ogni volta qualcosa di importanza epocale. Nell’arco di venti o trent’anni hanno fatto una rivoluzione. Bellissima epoca! Per chi abbia un’inclinazione scientifica o si senta un po’ hacker non riesco a immaginare niente di più eccitante che prendere parte a una riunione della Royal Society.
Newton è una figura particolarmente enigmatica. Richard S. Westfall, il suo biografo, ha scritto che solo un altro Newton riuscirebbe davvero a comprenderlo.
Era talmente superiore alla mentalità dei suoi contemporanei che la sua epoca non sapeva che farsene di lui. Anche oggi, i matematici restano spesso sconcertati dalle sue scoperte. Pensare di poter entrare nella sua testa sarebbe stata una battaglia persa, non ci ho nemmeno provato.
Dieci anni dopo Snow Crash, come si sente quando la gente la definisce ancora un cyberpunk?
È un’etichetta magnifica. Puoi portare giacche di pelle nera e occhiali a specchio. Per un po’ di tempo è stato uno stereotipo molto trendy. Ma temo che adesso mi definiscano piuttosto post-cyberpunk.
L’era del cyberpunk è finita?
È un po’ un paradosso. Per un po’ le tecnologie dell’informazione sono state incredibilmente importanti, ma allo stesso tempo ignorate o fraintese dalla letteratura di fantascienza. Poi si è improvvisamente scatenata una corsa sfrenata alla conquista di questo territorio vergine. Oggi quelle tecnologie non hanno più niente di rivoluzionario, sono diventate familiari. Tanto per fare un commento pressoché obbligato, il collasso della "bolla Internet" ha dimostrato che le tecnologie dell’informazione sono tecnologie come le altre, né più né meno.
Snow Crash, con la sua immagine di virtualità capillare, è stato un libro profetico. Riesce a ritrovare un po’ della sua visione in videogame come EverQuest?
In realtà, Snow Crash si è dimostrato una previsione erronea. Ha funzionato meglio come romanzo. La gente non ha mostrato molto interesse per la tecnologia 3-D. Però quel libro ha fornito un quadro coerente e ragionato di un particolare tipo di tecnologia dell’intrattenimento. Un’immagine che gli ingegneri dovrebbero analizzare attentamente. Con l’attuale organizzazione delle istituzioni scientifiche, i tecnici spesso finiscono per lavorare a una sola parte di un sistema, senza mai avere una visione d’insieme. Quando un ingegnere parla bene di uno scrittore non lo fa perché lo scrittore è riuscito a prevedere il futuro, ma piuttosto perché ha messo insieme delle idee disparate in un’immagine coerente che potrà essere utilizzata come linea guida da chi ha il compito di sviluppare una certa tecnologia.
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